Un’avventura tra le tracce

 

7-11 marzo 2018:

  • Quattro giorni a Mendrisio- Svizzera, con Elise, amica-servente francese
  • Quattro giorni di incontro con Arno Stern in cui accogliere il dono della passione per l’umanità che anima il suo lavoro da 70 anni

In dono pure la certezza di un risveglio, di una consapevolezza, in tante persone, della necessità di “buon cibo” per sé e per gli altri, a partire dai bimbi e bimbe!

  • Quattro giorni… passati in fretta, nell’ascolto di un uomo che, a 94, non sceglie di ritirarsi a riposare come ben meriterebbe, ma di rimanere in dialogo con le folle, di bambini, giovani e adulti, che partecipano ai suoi stage, agli incontri in vari paesi d’Europa, oltre ai 3 laboratori settimanali che conduce a Parigi, a cui comunica passione e speranza.

Arno S. non è un guru, e non è un’utopia quella che propone, ma l’attenzione ad ogni persona, il rispetto dalla nascita alla fine vita, la possibilità di vivere una vita di relazione pacifica con sé e con gli altri, una vita piena di senso.

Nella formazione egli ci affidava “il tesoro trovato in una vita”.

E se nel 2015, mentre affermava che né ci controllerà, né ci chiederà conto di ciò che facciamo, ci chiedeva di avere Passione e Responsabilità, e Rigore e Libertà….

In questi giorni di marzo 2018, nei colloqui “personalizzati” con chi già pratica, in un incontro in cui il cuore “giovane” del maestro transitava passione e calore ai cuori di noi serventi – praticien ai primi passi, ci ha chiesto di avere Rigore e Calore.

Passione per la Formulazione, tracce di una storia personale di cui non abbiamo memoria e che possono scomparire se come serventi non ci assumiamo la Responsabilità di offrire spazi (il Closlieu) e tempi (percorsi annuali) perché essa possa emergere.

Rigore nella cura dell’ambiente e nella qualità dei materiali, come pure nella proposta: SI ai tempi lunghi, ai ritmi lenti e distesi che favoriscono l’emergere di una storia personale che inizia con la vita prenatale, NO alle prove che durano un incontro e che non producono altro che un’emozione epiteliale, che lascia il tempo che trova, una toccata e fuga, un usa e getta consumistico.

Libertà, poi, sia per chi frequenta il Closlieu perché assuma la sua storia, sia per il servente che assume nella sua vita gli elementi essenziali del Gioco del Dipingere: non confronto e non giudizio.

E il Calore che cos’è?

! Se non la passione per se stessi… per l’altro… se non la possibilità di offrire all’altro qualcosa… uno spazio, un gioco… in cui possa star bene, conoscersi, in cui gustare il proprio piacere, protetto da ogni invasione e aspettativa, un luogo in cui desiderare ritornare?!?!

E’ una grande responsabilità che ci chiedeuna responsabilità che ci assumiamo…felici di condividere con un così grande uomo un tratto di storia della nuova umanità.

Arno, nella sua pluriennale pratica, è consapevole che da soli è faticoso portare avanti un tale compito, vedi anche la necessità della pubblicità, e come sia impegnativo restare fedeli all’impegno assunto, poiché le provocazioni al ribasso che arrivano sono tante in questo tempo. Beh, egli suggerisce di mettersi insieme, di fare rete. A chi propone il Gioco del Dipingere può servire anche per diffondere la propIMG-20180308-WA0041osta e l’informazione.

 

 

Emanuela, servente nel Closlieu “l’Isola dei Colori” – Ramera

Elise, servente itinerante del Closlieu “l’Isola dei Colori”

Mendrisio, marzo 2018

 

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Verità

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La Verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio

e andato in frantumi.

Ognuno ne raccoglie un frammento

e sostiene che lì è racchiusa tutta la Verità.

 

Così diceva nel 13° secolo il grande pensatore e poeta persiano sufi Jalaladdin Rumi.

E mi piace pensare che noi, tutti noi, siamo trovatori di pezzi di questo specchio, e che abbiamo bisogno di accostarci gli uni agli altri per cercare l’incastro giusto che permette di ricomporlo.

E’ cammino di una vita, e non possiamo illuderci di trovare la Verità in una scheggia!

Arno Stern quando pensa a se stesso, alla sua vita spesa per la persona, per l’umanità, afferma di essere un “trovatore” a cui è dato di vedere le meraviglie altrimenti nascoste, e non un ricercatore che cerca conferme al suo pensare!

Mi piace il termine “trovatore”, esprime la sorpresa, la meraviglia, lo stupore, l’entusiasmo, il lasciarsi sorprendere.

Ciò che ci è dato di vedere è molto di più di quanto pensiamo di vedere, rompe i confini del visibile!

 

La preziosità del tempo

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A novembre, i giorni si vanno accorciando con la malinconia che porta il calare della luminosità. Nelle serate si legge un libro, si guarda un film, si chiacchiera con amici… anche lontani, si viaggia con il pensiero.

In una di queste sere leggevo una condivisione di Rosetta Cavallo su FB: “Stasera il mio pensiero va al tempo. Troppo spesso dimentichiamo che non è illimitato, perciò, vi auguro e mi auguro un buon tempo”.

Rosetta accompagnava le sue parole con la poesia di Elli Michler, che riporto.

“Ti auguro tempo” 

Non ti auguro un dono qualsiasi,

Ti auguro soltanto quello che i più non hanno.

Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;

Se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa. 

Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,

Non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.

Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,

Ma tempo per essere contento. 

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,

Ti auguro tempo perché te ne resti:

Tempo per stupirti e tempo per fidarti

E non soltanto per guardarlo sull’orologio.

Ti auguro tempo per toccare le stelle

E tempo per crescere, per maturare. 

Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.

Non ha più senso rimandare. 

Ti auguro tempo per trovare te stesso,

Per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.

Ti auguro tempo anche per perdonare.

Ti auguro di avere tempo,

Tempo per la vita.

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A queste parole aggiungo il mio augurio:

“L’anno che si apre davanti a noi

sia, in misura adeguata,

impastato degli elementi utili

a crescere come persone uniche

e capaci di profonda relazione”.

Auguri a tutti noi!

 

Quando S. Nicolò era…

…un mistero affascinante, per grandi e piccini, una piacevole complicità.

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5 Dicembre 1958, ore 19.30

Che sera, la sera che precede il passaggio di S. Nicolò e della sua “museta”.

Il buio arriva presto ormai e le ombre anticipano l’aria carica di magia di questo evento.

Piccoli e grandi sanno che nella notte qualcosa accadrà, e si preparano a ritirarsi.

Non prima però di aver lasciato sul tavolo un panino con il formaggio e un bicchiere di vino, della paglia e una pannocchia.

Lei fatica a coricarsi, vorrebbe rimanere per vedere, ma non osa prolungare la veglia.

Sa che solo il sonno aprirà la porta al vecchio dalla lunga barba bianca, e chiude gli occhi lasciandosi coccolare dal caldo del piumino d’oca.

6 dicembre, ore 6

Fuori è ancora buio, tutto ancora tace sotto la neve caduta nella notte. 

Lei è già sveglia. Nella calda camicia di flanella e in punta di piedi scalzi va verso la cucina.

Tende l’orecchio… non avverte alcun rumore: “Che sia già passato? Ancora una volta non lo vedrò?” pensa.

Piano, piano procede.

Ecco… scorge un’ombra… è grande… Ora sente anche una voce grossa che si schiarisce: “E’ proprio lui… è S. Nicolò, adesso lo vedrò!”, il cuore batte forte.

Ma una mano si appoggia sulla spalla e una voce nota le suggerisce: “Forse S. Nicolò non vuole farsi vedere… potrebbe andarsene senza lasciarti un regalo. E’ meglio che torni a letto!”

Il timore di non ricevere il regalo atteso la fa volare a nascondersi sotto le coperte… e a poco, a poco, si riaddormenta.

Ore 7.30

Il giorno è particolarmente luminoso per i riflessi del sole sulla neve.

In fretta si alza… corre in cucina… gli occhi e la bocca dicono con il sorriso ciò che il cuore prova: la gioia per la bambola tanto desiderata!

E’ valsa la pena attendere di vedere il vecchio amico dei bimbi e delle bimbe… sarà per il prossimo anno.

E’ storia di tanti anni fa che sempre ho raccontato ai bimbi e bimbe a scuola, e che li affascinava per l’aria di mistero che contiene.

Di questo devo dire grazie ai miei nonni Antonietta e Pietro e ai miei zii che mi hanno permesso di vivere per tutta l’infanzia “il mistero”, che non hanno scelto di anticipare l’entrata della realtà nella mia vita, ma hanno rispettato i tempi del mio crescere. Grazie a zio Giovanin, che con complicità, mi ha suggerito di tornare a letto per permettere a S. Nicolò di abitare nel “mistero”.

Nella Vita non tutto è spiegabile, non tutto è dimostrabile, molto “è mistero”.

 

A rivederci!

Novembre!

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La danza delle foglie disegna nell’aria immagini sempre nuove. Il Vento, che conduce l’evento, non concede che brevi soste e le accompagna, a volte con irruenza, ad adagiarsi sulla terra, a cui le affida con nostalgia.

E’ l’ultima danza, a cui si sono allenate tenendosi attaccate al Ramo come bimbi che iniziano a camminare attaccati alla mano del genitore.  Era un vento tenue, delicato, il loro maestro di danza nella primavera. Ha aumentato gradatamente le sue richieste durante l’estate, in vista dell’esibizione autunnale! Ora lo spettacolo ha inizio, tutti e tutte danno il massimo di sé! Anche l’Albero che le cede per donare piacere ancora una volta.
Dopo il riposo dell’inverno “rinasceranno”, ma saranno diverse, dimentiche delle avventure già vissute. Avranno ancora bisogno delle cure dell’albero e delle istruzioni del vento, del tempo per crescere e per essere “protagoniste” sulla scena della Terra. 

Buon riposo sorelle foglie, a rivederci!  

“Ecco quello che dovrai farcolori d'autunno4e:

ama la terra e il sole e gli animali…

Leggi queste “foglie ” all’aria aperta,

in ogni stagione di ogni anno della tua vita,

riesamina tutto quello che ti è stato detto

a scuola o in chiesa o da qualunque libro,

ripudia tutto ciò che insulta la tua anima,

e proprio la tua carne sarà una grande poesia

e avrà la più grande fluidità non solo nelle parole

ma nelle linee silenziose delle labbra e del viso e delle ciglia

e in ogni movenza e giuntura del tuo corpo”.

(da “Foglie d’erba” di Walt Whitman)

E IL GIOCO HA INIZIO!

Fammi giocare solo per gioco

Senza nient’altro, solo per poco

Senza capire, senza imparare

Senza bisogno di socializzare

Solo un bambino con altri bambini

Senza gli adulti sempre vicini

Senza progetto, senza giudizio

Con una fine ma senza l’inizio

Con una coda ma senza la testa

 Solo per finta, solo per festa

Solo per fiamma che brucia per fuoco

Fammi giocare per gioco

di Bruno Tognolini

Mercoledì 20 settembre anche il tempo ci ha favorito.

La serata è stato un bel momento d’incontro a partire dal senso del gioco, anche per gli adulti per introdurre al Gioco del Dipingere: attenzione, interesse… che sono diventati per qualcuno desiderio di provare.

Chi non ha potuto esserci, fin dai giorni precedenti ha telefonato incuriosito.

Già ci sono appuntamenti per ulteriori informazioni e iscrizioni.

A sorpresa anche una mamma da Napoli ha telefonato: aveva ricevuto il numero di cellulare dal marito! Abbiamo concordato che le cerco un Closlieu più vicino.

Bella la presenza maschile che “comprende il senso di un tempo per se stessi”, mentre solitamente le donne sono portate a pensare agli altri: “potrebbe piacere a mio figlio o a mia figlia, ai e alle nipoti, ai figli o alle figlie di amici… che amano disegnare… che sanno ben disegnare!”

C’è comunque, e si percepisce dai dialoghi, una comprensione della valenza del Gioco del dipingere. E’ dell’ultima ora il desiderio di una giovane mamma di offrire alla sua bimba “la possibilità di avere cura della sua passione”.

“Ho una bambina di sei anni e mezzo alla quale piace molto disegnare e dipingere proviene da un esperienza di asilo staineriano e mi farebbe piacere potesse continuare a coltivare questa sua passione per i colori”. 

Piccole tracce… di un cammino che si apre davanti!

Piccoli semi… chissà nel tempo che pianta crescerà!

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C’era una volta… e ancora c’è!

 

“C’era una volta… “, così comincia ogni fiaba rimandando ad un tempo fuori del tempo, e così pure ha inizio il racconto dei giochi di un tempo.

C’era una volta un luogo dove bambini e bambine potevano riempire le loro giornate di gioco, in particolare quelle estive che con la loro luminosità moltiplicavano il valore di ogni ora.

Era il tempo degli spazi abitati da ragazzi e ragazze: strade, piazze, cortili, soffitte… in cui si “apprendeva” la relazione e si condividevano i saperi mediante il Gioco.

Non vi erano maestri, perché nel mettersi insieme delle varie età i più piccoli apprendevano dai più grandi, e questi misuravano il loro essere sulle necessità dei piccoli, che comunque osavano il di più.

Bambini e bambine gestivano in autonomia i loro tempo in cui gli adulti sbirciavano solamente perché non assillati dalla loro sicurezza.

Giochi di movimento, di ruolo, di messa alla prova, in cui tutta la nostra persona era coinvolta, in cui si dava e si riceveva aiuto, gioco di cui anche il perdere faceva parte.

Erano giochi, tempi e spazi di piacere! Non si temeva di “interrompere” il gioco quando la voce della mamma ci annunciava “è ora di cena”, certi che il giorno dopo lo avremmo ripreso dal punto dove lo avevamo lasciato.

Ed è questo piacere che vorremmo rigenerare… suggerendo agli adulti il recupero di questi spazi, tempi e tipi di gioco nel quotidiano, mentre stanno nascendo luoghi in cui il gioco spontaneo non è un ospite occasionale, ma una realtà. Esperienze di cui parleremo.

di Emanuela Marsura

  1. Il pindol pandol
  2. il gioco delle 5 pietre
  3. Il gioco delle biglie
  4. Il gioco del campanon

 

RECUPERIAMO IL TEMPO NATURALE

Sapremo ritrovare tempi naturali? Sapremo attendere una lettera? Sapremo piantare una ghianda o una castagna sapendo che saranno i nostri pronipoti a vederne la maestosità secolare? Sapremo aspettare?” scrive Gianfranco Zavelloni, e continua che “si tratta di intraprendere  un nuovo cammino educativo.”shapeimage_3

E’ un invito a genitori, insegnanti, educatori , a quanti hanno a cuore l’educazione delle nuove generazioni…E’ un invito anche a quanti nella scuola e attorno ad essa vivono oggi l’I CARE di d. Milani.

E’ un invito a “riflettere insieme” sul senso del tempo educativo oggi e sulla necessità di adottare strategie didattiche di rallentamento.

“Come è nobile la lumaca che ci insegna… che lento è bello!”

dice Gianfranco Zavelloni nel presentare il suo libro la Pedagogia della lumaca.   

Una società con ritmi accelerati, con tempi frammentati, con tempi riempiti, necessita di una scuola che abitua i suoi cittadini ad assumere fin da piccoli il suo ritmo. In un contesto dove “arrivare”, e arrivare per primi, è lo scopo, è fondamentale mantenere tale ritmo.

Ma questo ritmo è quanto mai lontano dal ritmo della persona, è il ritmo della produzione, che non tiene conto che soggetto della Vita è l’essere umano e non il commercio.

Ed è una responsabilità, come afferma Rubem Alves, che la scuola non può delegare, anzi, che deve riassumersi con una veste nuova facendo proprie le intuizioni dei grandi pensatori e con il contributo dei vari attori che in essa interagiscono.

Fintanto che non arriva la società felice,

che ci siano almeno dei frammenti di futuro in cui la gioia sia servita come sacramento,

perché i bambini imparino che il mondo può essere differente.

La scuola stessa sia un frammento di futuro” di Rubem Alves

La memoria: una suola non consumata

A volte ricordare non è facile, e dimenticare lo è ancor meno.

Ci sono cose che è bene ricordare, altre che è bene dimenticare… anche se non credo sia possibile cancellarle.

In questi giorni del ricordo ho incontrato tanti bimbi e bimbe di 4 e 5 anni, cuccioli in cui la vita è “gorgogliante”. Pensavo nell’organizzare lo spazio per il Gioco del Dipingere: non reggeranno per 1 ora e 30 minuti, saranno stanchi. Beh, mi hanno sorpresa: disponibili, concentrati, sereni, si sono gustati il tempo fino all’ultimo.

Nel giorno del ricordo dedico tutto questo ad una bimba a cui, tanto tempo fa, è stata tolta la possibilità di godere di momenti come questi. Non c’è una sua immagine, solo quella delle sue “scarpette rosse”, scarpette la cui suola non è mai stata consumata.

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Che differenza fa?

Quale differenza fa il credere o il non credere nelle possibilità della persona? Quale differenza fa il mio comportamento con gli altri?

Il non credere è una sentenza… una condanna al permanere di una situazione, e nel tempo al suo deteriorarsi. E’ prevedere un futuro già scontato, una storia che si ripete su se stessa.

il credere nelle possibilità di una persona è aprirsi a un divenire, un lasciarsi sorprendere continuo, è dare forza alle energie della persona stessa, è considerare un futuro non prevedibile .

Il mio atteggiamento fa la differenza perché apre o chiude a possibilità… per lui, per lei si tratta di essere riconosciuti nel diritto di esistenza come individui …per me di essere differenti1aprirmi a punti di vista differenti.

Credo si tratti di differenziarsi, di non percepire l’altro e l’altra come proiezione di sé, come continuazione di sé, ma distinti appunto perché “altri”. E nel differenziarsi scoprire la ricchezza che l’altro e l’altra portano all’incontro con noi, e l’occasione di arricchimento che ci viene data nello scambio.

L’essere riconosciuti anche nei bisogni più profondi è poi fortemente “energetico”, è esistenziale.

Ecco un video interessante che mostra “quale differenfa faccio io per gli altri” La rana sorda